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ISSN 2279-9184

ateatro 79.50
1/9/2005 
Le recensioni di ateatro: Elettra di Hugo von Hofmannsthal
Un progetto di Andrea De Rosa e Hubert Westkemper, produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli
di Andrea Balzola
 

La terribile sorte di Elettra che ha tanto appassionato i drammaturghi greci (Sofocle ed Euripide) e successivamente Alfieri, von Hofmannsthal, O’Neill e Giraudoux, autori di testi ad essa ispirati, continua ancora a suggestionare l’immaginario registico contemporaneo. Questa figura che vuole vendicare il re padre uccidendo la madre adultera e usurpatrice per mano del fratello Oreste, fedele fino all’estremo sacrificio, dedita all’amore e all’odio con la stessa assolutezza, tanto da trasformare e forse da confondere l’uno nell’altro, vittima e carnefice nello stesso tempo, schiava e principessa, violenta e sensibile, di vocazione casta e incestuosa, barbara e sofisticata, è la regina dei contrasti e perciò personaggio di straordinaria potenza drammatica, un mito archetipico (e scusate il neologismo, "arche-edipico", al femminile).
Elektre, testo scritto da von Hofmannsthal nel 1903, poco dopo la pubblicazione dell’ "interpretazione dei sogni" di Freud e sull’onda lunga del disfacimento dell’impero asburgico, proietta le inquietudini profetiche del Novecento sul passato, ispirandosi direttamente alla versione di Sofocle (del 425 a.C.) ma trasfigurandola in una visione barbarica e pulsionale della grecità, ben lontana dai modelli neoclassici; già innestata sul futuro di una drammaturgia "decadente" e "psicologica". La versione musicata da Strauss (tra il 1906 e il 1908) renderà celebre questa riscrittura della tragedia, facendone un capolavoro del neoromanticismo musicale.
Il giovane regista napoletano Andrea De Rosa, di area martoniana, e Hubert Westkemper, uno dei più creativi e sofisticati sound-designer della scena europea (collaboratore degli spettacoli più complessi di Ronconi, ma anche di Wilson, Corsetti e altri), hanno voluto riportare in scena questo testo – non molto frequentato in Italia - con una scelta rigorosamente minimalista sul piano della regia e con una soluzione inedita sul piano della fruizione sonora dello spettacolo. Tramite una tecnica innovativa di ripresa del suono, l’olofonia, che prevede l’uso di una cuffia stereofonica da parte dello spettatore e un isolamento acustico tra palco e platea (risolto scenograficamente con una parete trasparente che accentua la dimensione claustrofobica di Elettra), Westkemper ha sapientemente creato una "soggettiva" sonora della protagonista Elettra: lo spettatore sente la sua voce, le voci degli altri personaggi e i rumori d’ambiente come se fosse dentro la testa di Elettra, con effetti acustici di spazializzazione e di dettaglio particolarmente efficaci, dove l’ascolto diventa immersione nei suoni e nelle sfumature vocali più sottili. Inoltre anche tutto l’universo sonoro "fuori campo" rispetto all’azione, sia nei suoi valori ambientali (la vita del castello) sia nei suoi momenti simbolici (l’inseguimento della regina da parte di suo figlio Oreste), riempie il vuoto di una scena ridotta a pura geometria di quinte e di luci e ombre. Se Carmelo Bene per primo in Italia aveva sostenuto e sperimentato la straordinaria potenzialità dell’uso delle tecnologie di amplificazione sonore applicate alla scena e poi molti altri ne avevano sperimentato le molteplici risorse espressive (dallo stesso Ronconi ai Raffaello Sanzio), la tecnica olofonica rappresenta un ulteriore salto di qualità perché – come dimostra questa Elettra – soggettivizza l’emissione vocale e intensifica l’immedesimazione dello spettatore producendo un’identificazione tra questi e l’attore che non è solo emotiva ma anche "fisiologica". Un potenziamento che è indotto dalla tecnologia ma che non si riduce a essa, perché sposta i parametri della recitazione verso l’interiorità, sperimentando i diversi gradi di sensibilità vocale ed emozionale dell’attore.
La scelta dell’attrice francese Frédérique Loliée quale interprete di Elettra, operata dal regista De Rosa, assume così un valore emblematico, non solo la Loliée nonostante il percepibile accento dimostra un’intensità e una versatilità particolarmente convincenti, ma la sua recitazione anticanonica, non accademica, molto umorale e consapevolmente "sporca" riempie di molteplicità significanti il flusso del suo quasi-monologo, risonante come una sorgente in costante ebollizione direttamente dentro la nostra testa di spettatori-testimoni. Questo rovello interno di un’anima che si consuma nell’attesa del ritorno di Oreste, in un’inestinguibile angoscia, in un bilico costante sugli inferi, in una distillata ma insieme inappagabile sete di vendetta, si dispiega molto bene nei momenti di solitudine di Elettra, sottolineati da un uso molto mirato e originale della luce, d’impronta cinematografica e con richiami all’estetica espressionista. Tra gli altri interpreti, oltre ai validi Moira Grassi (Crisotemide) e Paolo Briguglia (Oreste), è molto forte la presenza di Maria Grazia Mandruzzato (Clitennestra), solenne e tragica nella sua consapevole e contraddittoria dannazione (l’antefatto del mito originario, qui non raccontato, è che lei fa uccidere il marito Agamennone dall’amante, al ritorno dal trionfo di Troia, non solo per passione di quest’ultimo ma anche per vendicarsi del sacrificio dell’adorata figlia Ifigenia, immolata dal suo stesso padre alle ragioni della guerra). Il feroce dialogo tra Elettra e Clitennestra è sicuramente uno dei momenti più intensi dell’intero spettacolo.
La relazione della protagonista con la sorella Crisotemide, unica depositaria col suo grembo gravido di una speranza di rigenerazione, che il regista vuole marcare mediante una tensione incestuosa ed erotica, così come lo stupore di ritrovare Oreste in uno sconosciuto venuto dalla tempesta per compiere la vendetta, sono le scene chiave che chiudono l’acuminato triangolo famigliare e preludono al delitto annunciato della regina, drammatizzato molto efficacemente da un inseguimento tra figlio e madre che noi non vediamo, ma che seguiamo in un percorso immaginario e terrifico che si consuma nel nostro udito, fino all’improvviso lampo del sacrificio finale consumato invece sotto i nostri occhi. Oltre è pura tenebra. Un spettacolo che funziona come un teorema, essenziale e intenso, senza sbavature e sostanzialmente fedele all’atto unico originario. Ciò che segna la differenza è il connubio riuscito tra l’acuto minimalismo della regia teatrale, la ricchezza delle sfumature interiori della voce protagonista e la ricchezza di stimoli percettivi e immaginari prodotti dalla regia sonora olofonica. A me, che sono tra gli studiosi, i fautori e gli autori di un rapporto organico tra ricerca teatrale e innovazione tecnologica (relazione tanto inspiegabilmente ignorata o temuta dal mondo teatrale italiano), questo lavoro lascia anche il desiderio di ritrovare future ed anche più sperimentali applicazioni del sistema olofonico alla messinscena.

Elettra
di Hugo Von Hofmannsthal
Un progetto di Andrea De Rosa e Hubert Westkemper
Con Frédérique Loliée, Maria Grazia Mandruzzato, Moira Grassi, Paolo Briguglia.
Regia di Andrea De Rosa; suono di Hubert Westkemper; scene di Raffaele Di Florio; costumi di Ursula Patzak; luci di Enrico Bagnoli; musiche di Giorgio Mellone.

Torino, Teatro Stabile – Cavallerizza Reale
7-19 dicembre 2004

Napoli, Teatro Mercadante
19-16 gennaio 2005


 
 
 
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