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ISSN 2279-9184

ateatro 144.50
6/24/2013 
Istanbul, ovvero la rivolta come spettacolo
Una mail a Mimma Gallina
di Marco Ansaldo
 

Abbiamo ricevuto questa mail da Marco Ansaldo, inviato speciale per la politica estera di “Repubblica”, che ci racconta in una prospettiva inedita quello che sta succedendo in questi giorni in Turchia. Le rivolte che stanno attraversando da mesi il pianeta – e in maniera ancora più evidente a Istanbul – nascono dal basso, dall'indignazione e dalla voglia di libertà dei cittadini. Sono pacifiche e dichiaratamente non violente, almeno all'inizio: chi manifesta è assolutamente consapevole della disparità di potenza militare con le forze dell'ordine (anche se di fronte alla repressione e alle provocazioni la violenza è pressoché inevitabile). In questa situazione, la tattica della rivolta privilegia strumenti diversi dal tradizionale scontro di piazza. In primo luogo, naturalmente, la potenza del numero, con decine e a volte centinaia di migliaia di manifestanti. Poi la diffusività dei nuovi media, mentre i tradizionali organi di informazione vengono imbrigliati dal regime o non sanno rendere conto di movimenti che non comprendono. C'è ancora la capacità di trasformare la protesta in una azione performativa, in un gesto con un significato simbolico stratificato ma chiaro, con una immediata efficacia mediatica. Sono gesti facilmente replicabili, che si possono diffondere in maniera virale (in Turchia, la protesta dell'”uomo in piedi” è stata affiancata da quella degli uomini sdraiati).
Al cuore di queste azioni, c'è il corpo disarmato – l'estremo baluardo della resistenza, l'ultimo ostaggio da opporre al nemico: accade nel caso dei lavoratori che resistono per settimane a decine di metri d'altezza su ciminiere e capannoni, è accaduto nella maniera più clamorosa, in Mondovisione, nel caso del giovane cinese che ha fronteggiato per alcuni minuti un tank a Pechino nel 1989. La sua azione è l'emblema più autentico delle proteste dei decenni successivi.
Alcune di queste azioni simboliche sono facilmente ripetibili. Forse possiamo pensare di replicarle – come gesto di solidarietà – anche nelle nostre città, nelle piazze e nei festival.

(Redazione Ateatro)




Cara Mimma,
come ti accennavo al telefono sono appena rientrato dalla Turchia, paese che conosco abbastanza bene da vent’anni. Dove dal 1° giugno ho seguito la rivolta dei laici contro il governo islamico, infine repressa con la forza a piazza Taksim e al Gezi Park. Cinque i morti (quattro dimostranti e un poliziotto), centinaia di feriti, dodici le persone che hanno perso la vista a causa dei lacrimogeni sparati ad altezza uomo, oltre a una serie di ripercussioni pesanti che si stanno riflettendo sul piano dei rapporti internazionali.

La cosa che mi ha da subito colpito di questo evento, è stato il modo non solo spettacolare, ma del tutto particolare in cui la protesta si è svolta e articolata. Con elementi di tipo scenico, sorti in maniera spontanea, ma inediti, e che hanno finito per renderla unica sotto diversi aspetti.
Quando, dopo due settimane di occupazione della piazza centrale di Istanbul e del suo parco, le forze di sicurezza hanno brutalmente represso la rivolta, ho visto le varie organizzazioni giovanili, ambientaliste, politiche che si erano raccolte attorno alla protesta, per la prima volta vacillare. Del resto, non solo non avevano un leader – perché il movimento era nato, come mi ha detto il Premio Nobel turco per la letteratura, Orhan Pamuk, in modo “innocente” - ma erano ormai bloccati da un punto di vista logistico, impediti nel poter accedere ai due luoghi simbolo della ribellione, chiusi tanto a loro quanto a passanti e turisti.
Eppure, la creatività ha permesso ai cittadini che si battono contro l’imposizione di dettami religiosi nella loro vita privata, di far sfociare la contestazione in altro modo. E’ sorta così la protesta dell’”Uomo in piedi”, nata da una rappresentazione-provocazione del coreografo Erdem Gunduz. Solitario, silenzioso, ma dritto in piedi per sei ore in Piazza Taksim davanti alla grande immagine di Ataturk, padre della Turchia moderna e simbolo dei laici, questa sorta di angelo isolato ha esternato il suo sentimento.
“Esprimo un dolore”, ha detto.
Con un lembo della camicia bianca fuori dai pantaloni, il filo del telefono cellulare appeso ai bottoni per comunicare, lo sguardo semplice ma fiero rivolto a Mustafa Kemal, il coreografo turco ha ideato una forma di ribellione semplicissima da realizzare, non violenta, ma al tempo stesso potente e di grande effetto. La gente intorno ha subito capito, lo ha protetto e difeso, fino a quando la polizia ha deciso di portarlo via senza nemmeno sapere sulla base di quali accuse.
Il suo gesto, tuttavia, è stata replicato immediatamente da migliaia di persone. Non solo a piazza Taksim, ma in cento città della Turchia, e nelle forme più diverse. I dimostranti contrari alle leggi confessionali del governo islamico si sono così riversati nelle piazze simbolo del paese, sorprendendo le autorità che non sapevano come opporsi a questo tipo di disobbedienza civile. Gli armeni lo hanno fatto davanti al luogo dove fu ucciso nel 2007 dagli ultranazionalisti (figli dei famigerati Lupi Grigi) Hrant Dink, il direttore del giornale turco-armeno “Agos”. I curdi di fronte al Parlamento di Ankara. Intanto la protesta continua ovunque, in Anatolia, nel Kurdistan turco, nelle regioni del Mar Nero.
Mezza Turchia si è idealmente alzata in piedi a manifestare, pacificamente, il suo “no” alle imposizioni di carattere religioso di un governo che pure, nei dieci anni in cui è legittimamente al potere, ha portato il paese a record economici di livello cinese e a un protagonismo assoluto – ottomano, si è detto – in Medio Oriente, Asia occidentale, Balcani, Caucaso, Nord Africa.

Ma non è stata solo la figura dell’”Uomo in piedi”. Certo, questo tipo di protesta inattesa ha scatenato reazioni da parte dei fedelissimi del governo, che si voluti contrapporre ai dimostranti componendo file di persone in piedi che li fronteggiavano provocatoriamente. E anche i militari hanno deciso di scendere in piazza, nelle loro divise, abbandonando per un attimo lacrimogeni e manganelli per imbracciare – loro, i poliziotti – libri di Tolstoj, Shakespeare, Goethe, e leggendoli in piedi.
E’ dunque la rivolta nel suo insieme che mi è parsa di generare una serie di forme di protesta di grande efficacia spettacolare. Penso ai primi giorni, quando sono apparse le immagini di due ragazze con la giacca rossa: una, al Gezi Park, investita dallo spruzzo urticante del gas di un agente; l’altra investita dai potenti idranti di un blindato, mentre cadeva, si rialzava, e rimaneva ferma a opporsi al getto. Oppure alla fotografia di una nonna, una persona anziana con i capelli bianchi, immortalata mentre in posa plastica lanciava la sua fionda contro i carri della polizia. Ci sono poi le magliette con impresso il delfino che indossa la mascherina antigas: colossale presa in giro della stampa ufficiale, che mentre i network internazionali mostravano in diretta le dure immagini della repressione, diffondeva autocensurandosi documentari sulle evoluzioni dei delfini e la vita dei pinguini. (Un capitolo a sé, molto interessante e istruttivo per i giornalisti e tutti gli operatori del settore, sarebbe quello del fallimento dei media tradizionali: impossibilitati a fare il loro lavoro, hanno lasciato il campo e la loro credibilità nelle mani di organi artigianali nati all’impronta come Gezi Radyo o Capul Tv, cioè Tv Saccheggio, così ribattezzatasi dopo che il premier Tayyip Erdogan aveva definito i dimostranti “vandali”, “terroristi”, “saccheggiatori”. Tutta la Turchia, nelle case, negli uffici, negli alberghi, ha finito per spegnere le tv locali, collegandosi quasi clandestinamente a questi canali web se voleva sapere che cosa stesse succedendo nella piazza simbolo del paese).
In sottofondo, ma presente, il coro della gente del Gezi Park e della periferia di Istanbul: i giardini di piante costruiti dalla gente per difendere il parco di noci minacciato di abbattimento per fare spazio a un centro commerciale e ad altri progetti faraonici; le infermerie (poi distrutte dalle ruspe della polizia) dove i medici si rifiutavano di dare alle autorità i loro nomi e quelli dei pazienti che curavano; i militanti che al passaggio delle forze di sicurezza intonavano, in italiano, le note e le parole di Bella ciao. Ancora oggi, ogni sera, alle 9 precise, tutta la metropoli sul Bosforo comincia il suo concerto: la gente esce su terrazzi e balconi battendo mestoli e pentole, accendendo e spegnendo ritmicamente le luci delle stanze, sventolando la bandiera rossa turca con l’effigie di Ataturk. Il grido che sale è comune: “Tayyip, istifà!”, Tayyip vattene, dimettiti. Una forma di rivolta sullo sfondo che, unita a quella potente e simbolica in piazza dell’Uomo in piedi>, rischia di gettare nel ridicolo un potere stolido e arrogante assieme al suo leader.
Insomma, come hai capito, cara Mimma, l’evento che ti ho descritto e a cui ho assistito, e che continua a svolgersi in questi giorni a Istanbul e in tutto il paese, contiene secondo me delle chiare connotazioni sceniche e di immagine che potrebbero benissimo essere convogliate in una rappresentazione teatrale. La mia è semplicemente un’idea e uno spunto. Per le forme e la possibile realizzazione, lascio naturalmente a te, ai tuoi colleghi e amici, pronto se vorrete a discuterne assieme.

Grazie, e a presto, allora
Marco Ansaldo

 

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