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ISSN 2279-9184

ateatro 139.39
5/14/2012 
Brigate Teatrali Omsa
Il teatro come informazione, memoria, lotta
di Giada Russo
 



Passeggiando per le strade della vostra città può capitarvi di incontrare all’improvviso un gruppetto di donne (e qualche uomo) vestite di rosso, venute da lontano per raccontarvi una storia vera. Le vedrete marciare con aria solenne, mettersi in cerchio e parlare, abbracciarvi e poi cadere, sdraiate una dietro l’altra in fila indiana, proprio in mezzo a voi. Un consiglio spassionato: non voltatevi ma fermatevi ad ascoltarle. Sono alcune delle operaie della Omsa di Faenza licenziate senza una giusta causa dopo anni di lavoro in fabbrica, solo per il tornaconto di un imprenditore avido e arrivista.
È accaduto nel 2010: oltre 350 operaie della Omsa di Faenza rimangono senza lavoro. È un fatto traumatico per queste donne e per tutte le famiglie coinvolte; è un fatto traumatico per la comunità tutta che vede calpestato, senza vergogna, il diritto al lavoro e alla dignità.
Le lavoratrici Omsa non sono state vittime di una crisi aziendale né tantomeno licenziate per cattiva condotta. Dagli alti piani del potere si è scelto di de-localizzare l’attività produttiva in Serbia dove i costi del personale sono decisamente più bassi. Donne umiliate in Italia, donne sfruttate in Serbia: una doppia beffa per l’universo femminile. Se si pensa poi che la fabbrica della Omsa, nata a Faenza negli anni trenta aveva acquistato tutto il sapore dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile, la ferita diventa ancora più profonda. Negli anni del fascismo alcune donne di provincia indossavano per la prima volta i pantaloni per raggiungere in bicicletta il proprio posto di lavoro. Quello che avviene oggi, nel 2012, è uno scacco per la società civile, un graffio all’identità e alla memoria comune. È una fatto sociale, prima che personale.
Ma la storia è piena di potenti inattaccabili e di processi mancati. Persino morali. Stavolta però un gruppetto affiatato e tenace di operaie, legate alla Cgil, ha deciso di non far cadere nel silenzio questa vicenda e di continuare a resistere per far sentire la propria voce offesa e umiliata.
È così che un bel giorno il mondo del lavoro incontra il mondo del teatro, proprio a Faenza, in questa piccola città di provincia dove da anni il Teatro Due Mondi porta avanti una delle esperienze teatrali più significative del panorama artistico italiano e internazionale.



Il regista Alberto Grilli, insieme al gruppetto faentino della compagnia, si rende conto che dentro le stesse mura si stava svolgendo una vicenda tragica per molte persone e che quindi il teatro, il teatro vero che è intrinsecamente civile, non può non parlarne.
Nascono così, un po’ per caso un po’ per necessità, le Brigate teatrali.
Il Teatro Due Mondi organizza un laboratorio teatrale per le operaie licenziate tenuto da due registi francesi del Théâtre de l'Unité, Hervée de Lafond e Jacques Livchine, che dagli anni Sessanta lavorano con la comunità civile francese.
Il laboratorio, che ha coinvolto anche molti cittadini vicini alla causa Omsa, ha avuto esiti straordinari: dopo un’intensa settimana di lavoro e di condivisione di pensieri, esperienze e paure nasce uno spettacolo teatrale da portare in giro per le piazze d’Italia.
La prima “messa in scena” è avvenuta a Faenza dove la comunità cittadina ha accolto con sospetto questa incursione teatrale nelle strade della città. Ma capita sempre così: i luoghi protagonisti di certi eventi traumatici sono quelli che rispondono con meno entusiasmo alla possibilità del racconto, del ricordo e dell’informazione. C’è sempre una sorta di rimozione (volontaria o meno) di alcuni mis-fatti come a voler dire “questo non appartiene mica a noi”. E invece è proprio così, questo è accaduto a Faenza e sarebbe potuto accadere ovunque, è capitato a queste operaie faentine e sarebbe potuto capitare a chiunque. Per questo nelle altre città l’accoglienza delle Brigate teatrali è stata affettuosa, partecipata e commossa il più delle volte. Perché si parla dei problemi di tutti, queste donne diventano simbolo di resistenza: prestano il megafono a chi la voce l’ha ormai perduta.
È una doppia conquista, per le lavoratrici e per il teatro. Queste donne hanno trovato un mezzo più efficace di molti altri per comunicare con il resto della comunità. Non hanno scelto la lotta politica, né la protesta in cima a un tetto o una gru, ma hanno scelto l’arte, quell’invincibile arma da molti sottovalutata. In piazza in mezzo alla gente le operaie Omsa non parlano di numeri ma di persone, non rappresentano personaggi, ma presentano se stesse e le loro storie. Vengono chiamate coi loro stessi nomi e licenziate pubblicamente sotto gli occhi di tutti, ogni volta. Con gesti lenti, presi a prestito dal Tai Chi, una di fronte all’altra, riproducono i gesti del loro lavoro: dalla produzione al controllo alla confezione delle calze.



Il teatro, dal canto suo, recupera la sua più autentica essenza: essere veicolo di memoria e di informazione.
L’ultima tappa di questo progetto ha toccato Trieste, dove è stata la provincia a ospitare le Brigate. Le istituzioni quindi sono scese in piazza accanto alle lavoratrici e questa è già una grande conquista. Nelle strade principali della città friulana queste donne si sono scoperte, per l’ennesima volta. Si spogliano delle loro paure mostrandole a persone sconosciute: con un unico atto diventano strumento per se stesse e per gli altri. Informano chi è all’oscuro di questa vicenda, e, al tempo stesso, esorcizzano il proprio dramma personale. Ed è questa la meraviglia del teatro, l’innumerevole quantità di risorse e di potenzialità inaspettate.
Il teatro ha incarnato tutte le sue più nobili funzioni. Oltre ad essere diventato strumento di informazione e di recupero della memoria e dell’identità civile, il teatro è divenuto il luogo dell’incontro e della solidarietà, laddove imperavano solitudine e sconforto. Le ex-operaie protagoniste di questa vicenda teatrale hanno recuperato una dimensione di gruppo e di condivisione che non apparteneva al loro mondo alienante e solitario. Abituate ad avere la macchina come unica compagna, si ritrovano oggi ad avere persino un nome che le identifica come gruppo: sono le Brigate teatrali, sono una comunità di donne che lotta con coraggio per i propri diritti. Questo coraggio è valso una prima importante conquista: lo stabilimento Omsa di Faenza sarà acquistato da Atl Group, società di Forlì che produce divani con il marchio “Poltrone e Sofà”, e che si impegna ad assumere almeno 120 operaie del Gruppo Golden Lady. Il contratto di acquisto e il conseguente passaggio di lavoratori dovrà avvenire «presumibilmente entro fine marzo 2012». È la principale novità messa nero su bianco nel verbale di riunione firmato dopo l’ennesimo tavolo sulla vertenza Omsa, che si è svolto a Bologna nella sede della Regione.
Adesso si aspetta - e si spera - che anche le altre cento operaie licenziate possano riacquistare un posto di lavoro, che però non è più il loro: producevano calze, adesso impareranno a produrre divani.

 

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